Qual era il tuo hobby da bambino? Lo è ancora? Perché non lo fai come lavoro?
3 agosto 2008
L’uso peggiore del tuo tempo è fare per anni un lavoro per il quale non sei portato. Gran parte delle persone spende la propria vita facendo qualcosa che odiano durante la settimana, aspettando solo l’arrivo del fine settimana. Lunedí è depressione totale. Mercoledí cominciano a pensare a come spenderanno il sabato e la domenica. Venerdí sospirano: «Grazie a Dio la settimana è finita!»
Questi sono uomini e donne con poche speranze per il futuro. Considerano quello che fanno come un lavoro ingrato, una penitenza che devono fare per godersi il tempo libero. E grazie a questa attitudine, raramente avanzeranno sul lavoro.
Staranno sempre dove sono ora, passando da lavoro a lavoro, sempre chiedendosi perché gli altri sembrano vivere la bella vita mentre a loro sembra di vivere una vita di quieta disperazione.
Queste persone si chiedono continuamente che possono fare per avere successo nella vita; non riescono ad ingranare la giusta marcia perché sono incastrati in un lavoro che odiano, sotto capi che non rispettano, producendo o vendendo beni o servizi per clienti di cui non gli importa nulla. E molti di loro pensano che, se resistono abbastanza a lungo, le acque si spartiranno e tutto migliorerà.
La verità è che tu sei quello che sei e fai quello che fai per scelta tua. Puoi stare dove sei, oppure puoi cambiare. Puoi cercare di realizzare i tuoi sogni, oppure no. Nessuno ti forzerà a farlo. Dipende solo da te.
Lo scopo dell’azienda per cui lavori è quello di assumere impiegati al costo piú basso possibile, cosí che possano soddisfare i propri clienti al prezzo piú basso possibile in un mercato competitivo. Per questo motivo, nessuno vuole pagarti piú di quanto prendi ora. Se possibile, vorrebbero pagarti meno.
Devi diventare bravo a quello che fai se vuoi fare carriera nella tua azienda. Ma se non hai la carica interna di fare bene il tuo lavoro, significa che probabilmente stai facendo il lavoro sbagliato.
L’eccellenza è come una scala. Quando padroneggi la tua mansione attuale, verrai promosso al gradino successivo della scala, piú interessante, piú esigente, piú remunerativo.
Troppe persone fanno un lavoro mediocre con l’idea che, quando il lavoro giusto apparirà all’orizzonte, eccelleranno. Ma, per qualche motivo, quel lavoro non si materializza mai, e nel frattempo qualcun altro viene promosso al loro posto. Loro sono sempre gli ultimi ad essere assunti ed i primi ad essere licenziati.
Sii onesto con te stesso. Fai un po’ di introspezione e decidi quello che ti piacerebbe fare. Che faresti se avessi solo sei mesi di vita? Se vincessi 1 milione di euro alla lotteria? Che lavoro faresti se ti venisse garantito il successo in qualsiasi campo? Se non avessi problemi, debiti, impegni, quale sarebbe la tua carriera ideale?
Quello che ci piaceva fare tra i 7 ed i 14 anni di età è un ottimo indicatore dei lavori in cui possiamo eccellere da adulti.
Imprenditori come Bill Gates e Steve Jobs, sportivi come Tiger Woods, Paolo Maldini e Michael Schumacher hanno trasformato quello che amavano fare da adolescenti nel loro lavoro da adulti. Sono super ricchi, eppure si sentono come se non avessero lavorato un giorno della loro vita. Fanno ciò che hanno sempre amato fare sin da quando erano bambini, e vengono pagati profumatamente per farlo.
E tu? Che cosa ti piaceva fare da bambino? Qual è la tua vocazione? Se non sei sicuro, chiedi alle persono che ti stanno intorno. Ti sorprenderà notare come le persone piú vicine a te, il tuo coniuge, o i tuoi migliori amici, i tuoi genitori, vedono piú chiaramente di te quello che dovresti fare con i tuoi talenti.
Il successo nella vita viene solo quando eccelli a quello che fai. Il mercato ricompensa grandemente solo coloro che forniscono prestazioni eccellenti; ricompensa mediocremente coloro che forniscono prestazioni mediocri; ricompensa poveramente coloro che forniscono prestazioni povere.
Ma l’eccellenza è un viaggio, non una destinazione. È una meta vicina, ma mai raggiunta. Devi lavorare tutta la vita su quello che ami fare per rubare un altro metro e posare i tuoi occhi sul traguardo. Questa è una vita degna di essere vissuta.
Fonte
Brian Tracy. Early to Rise.
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One Response to “Qual era il tuo hobby da bambino? Lo è ancora? Perché non lo fai come lavoro?”




Ciao, caro Scinico, son stata un po’ latitante ultimamente, ma vedo che come sempre…qui si legge qualcosa di diverso.
Che dire se non che è proprio così…
Ti regalo di seguito un’intervista che forse…può dimostrare che “se lavori tutta la vita su quello che ami fare per rubare un altro metro e posare i tuoi occhi sul traguardo. Questa è una vita degna di essere vissuta”…
I “mestieri alternativi” che portiamo sempre con noi
PARTE PRIMA
Nicoletta De Valeri
(devaleri@fuorilemura.it)
“Non riesco a chiudere la porta, qualcuno dovrebbe uscire” Homer Simpson dall’interno del rifugio antiatomico di Ned Flanders, ove tutti gli abitanti di Springfield corrono a rifugiarsi per scampare alla cometa che sta per colpire la città; ma c’è un piccolo dettaglio: il rifugio non può ospitare tutti.
“Okay, ricominciamo da capo. Occorre ridere, illuminazione religiosa, pettegolezzi…cioè la signora Lovejoy…” Il Reverendo Lovejoy, rifacendo la lista di chi dovrebbe restare nel rifugio e chi dovrebbe andarsene.
Ancora Homer: “Aspettate un momento, sappiamo tutti qual è la sola cosa di cui non avremo bisogno in futuro: i negozi per mancini…sei tu Flanders! [...] Flanders è l’unica persona inutile qui; se qualcuno deve perire quello dovrebbe essere lui. [...] Perciò buttiamo fuori Flanders”.
Sì, “il mondo è bello perché è vario”, si dice…
Ognuno di noi coltiva degli interessi che lo porteranno, inevitabilmente, a percorrere determinate strade nella vita. Così c’è chi sceglie di disegnare case, chi di costruirle; c’è chi si dedica alla medicina e chi all’insegnamento; e non manca chi intraprende la carriera da avvocato o da commercialista. Ogni giorno veniamo a contatto con decine di persone che svolgono attività diverse. Attività che, forse, sognavano di svolgere fin da bambini.
Ma, tra i tanti “lavori” con cui “interagiamo” di continuo, andando a scuola, dal dottore, dal commercialista, appunto, ce ne sono alcuni dal “suono meno comune” oserei dire.
Eppure, li portiamo sempre con noi…magari in borsa, per tenerci compagnia in metropolitana durante il viaggio tra la nostra sede di lavoro e casa…
Son quei mestieri “nascosti” dietro il disegno di un fumetto, o nella stampa divertente su una maglia, o tra le pagine di un libro.
Ma cosa vuol dire svolgere queste attività “poco comuni”? Come si diventa fumettisti, disegnatori, scrittori?
Nelle prossime settimane cercheremo di scoprirlo insieme, se vi va’ di seguirmi in “questo mondo”, grazie alla guida di qualche mio prezioso amico che ci racconterà, in tre brevissime interviste, la propria personalissima esperienza.
Quando si è piccoli il rapporto col mondo del lavoro è limitato a quella cosa che ti insegnano insieme al tuo indirizzo…sai che il tuo papà è architetto, la tua mamma insegnante, la mamma del tuo amico è dottore e così via…magari giochi anche a fare l’insegnante e sei bravissimo a far star buoni i tuoi alunni…oppure ti siedi al tavolo da disegno del babbo ogni volta che si allontana dalla sua postazione. Poi pian piano inizi a capire che il lavoro è quella cosa che occupa la maggior parte del tempo dei grandi….e forse per questo, quando qualcuno ti chiede cosa vuoi fare da grande…tu rispondi: l’astronauta, il paleontologo, lo scrittore, il pilota di formula1, il disegnatore… Poi ti tocca scegliere quale scuola frequentare…vai all’università…e magari hai ancora quel sogno che avevi da bambino…vuoi ancora fare l’astronauta, ma scopri che in questo mondo non è facile fluttuare nello spazio…anzi, scopri subito che è, più o meno, improbabile che qualcuno ti paghi per far quello che ti piace… Per fortuna, però, anche se pochi, di astronauti ce ne sono e qualcuno fortunato come me, o te, riesce a fare quel che gli piace…
…è così? Diresti di esser fortunato perché svolgi un lavoro che ti piace?
Innanzitutto: permettimi di salutare e ringraziare (oltre a te!) ognuna delle persone che stanno perdendo del tempo ad ascoltare le mie risposte. Sulla tua domanda (che richiederebbe la stesura di un trattato di filosofia per essere appieno esplorata) cercherò di essere il più diretto possibile: io sono stato di certo molto fortunato. Quello che ho fatto non è mai stata (o quasi) una costrizione. E’ il desiderio – o la necessità, chiamalo come vuoi – che ha fatto tutto, mi ha diretto, verso una direzione che mi è sempre parsa come inevitabile: di più, come assolutamente naturale, mai una forzatura, ma la cosa che era da fare. Ecco: da quando ho memoria mi vedo con una matita in mano, a disegnare o scrivere. In questo, ripeto, sono stato fortunato: a sentire questa voce così chiara e distinta, come il canto di una sirena, a cui non si può resistere; e ad aver avuto due genitori che mai hanno tentato di “indirizzarmi” verso una specifica direzione. Forse anche perché, ipotizzo, da subito si sono accorti di questa mia passione bruciante: tuttavia conosco tanti ragazzi che possono dire di avere avuto la medesima “chiamata” e di aver dovuto lottare (a volte, purtroppo, perdendo la battaglia) con i desideri dei loro genitori. Mia madre ha sempre dipinto (come mio nonno) e lavorava come grafica pubblicitaria in un’importante agenzia di Milano. Quando nacqui si licenziò, malgrado il suo lavoro fosse importante per lei, per starmi vicino. Ora penso che il suo sostenermi nelle mie scelte, anche difficili e tribolate, faticose – come sempre sono quelle strade che ti chiedono tutto – sia stato anche per permettere a me di realizzare ciò che lei non ha potuto. Ma non mi ha mai imposto nulla, o forzato. Anzi: sono stato io, ancora piccolino, ad averla informata sulla mia intenzione di andare a lavorare per “Topolino”. Lei non ha battuto ciglio! Mai, neanche quando durante le medie dissi a tutti che volevo iscrivermi a una scuola di fumetto. Neanche i miei professori si stupirono, anzi, cercarono di aiutarmi: d’altronde non facevo che disegnare tutto il giorno! Perciò non ho mai dovuto “scegliere cosa fare”, come mi chiedi: non mi sono mai praticamente posto il problema, a parte una breve parentesi di qualche settimana in cui mi era balzato in mente di fare il programmatore, perché mi ero molto appassionato di computer e smanettavo con il Basic sul mio c64. Sia come sia, 6 anni dopo le medie ho iniziato a lavorare per la Disney, su “Topolino”.
La risposta che avete appena letto, così come quelle che seguono, son di Fabio Celoni…ma per spiegare perché le faccio proprio a te ’ste domande ti chiedo di darmi una mano…ti va di dire ai “miei lettori” (anche se credo molti ti “conoscano”) chi sei e che lavoro fai?
Forse l’ho già fatto, mi sono dilungato nella risposta precedente…! Ma per chi non l’avesse capito, sono autore di fumetti (disegnatore e sceneggiatore). Lavoro strano, lo so: me lo dicono sempre anche le impiegate dell’Anagrafe quando vado a farmi rifare la carta d’identità. Non esiste neanche come professione, ufficialmente, ma va bene così.
Concludiamo oggi questa brevissima chiacchierata con Fabio Celoni, autore di fumetti (disegnatore e sceneggiatore), che della sua professione dice : «Lavoro strano, lo so: me lo dicono sempre anche le impiegate dell’Anagrafe quando vado a farmi rifare la carta d’identità. Non esiste neanche come professione, ufficialmente, ma va bene così».
Fabio, quando hai capito che “lavoro volevi fare da grande”?
Ma io sono Peter Pan… grande vallo a dire a qualcun altro! ?
ah ah ah…giusto!
Un’ultima domanda prima di lasciarti tornare al tuo tavolo da lavoro…una domanda “tecnica”: quali tappe, a cominciare dagli studi fatti, ti han portato a diventare un autore di fumetti?
Come studi “ufficiali” e specifici ho frequentato la Scuola del Fumetto di Milano, un quadriennio subito dopo le scuole medie. Era una delle pochissime scuole di fumetto in Italia, all’epoca, poi si sono moltiplicate. Poi, ma questo vale per tutti, ciò che porta a “diventare” un disegnatore, e qua parlo “solo” della tecnica, dei mezzi, degli strumenti, è il lavoro stesso, lo studio continuo, l’allenamento, soprattutto è la ricerca, il tentare di migliorarsi sempre, di progredire anche solo di un centimetro, fare un pochino meglio dell’ultima volta. Guardare i maestri, cercare di apprendere le loro lezioni, tentare di strappargli più segreti possibile, leggendo, copiando, penetrando nelle loro opere (spesso con infinita frustrazione). E poi, fondamentale, rendersi conto dei propri limiti, non autoesaltarsi, mantenere sempre un confronto il più possibile lucido – e perciò spesso deprimente – con chi ha già fatto un lungo percorso, detiene una tecnica superiore, un talento sbocciato: rendersi conto dei propri limiti è l’UNICO modo per tentare di superarli. Un artista si forma sulla carta, certo, lavorando sulla pratica, ma anche con il pensiero, il cuore, guardando il mondo, analizzandolo, sentendolo dentro di sé, distruggendolo, ricreandolo, facendolo rifiorire sempre e per sempre: che è forse il senso stesso dell’arte. Per finire, prima parlavo di conquiste tecniche, indispensabili certo, ma per forza conseguenti alla scintilla che anima il tutto, qualcosa che non ha forma o sostanza, ma essenza: c’è, o non c’è.
Ringrazio Fabio Celoni per la disponibilità che non mi nega mai…e per averci portati “come Peter Pan sulla sua isola che non c’è”…il mondo dei fumetti.
CONTINUA…
[by Apuhau&FreakofNature's pm]